Dagli angeli del Caravaggio all’androgino alchemico

Dagli angeli del Caravaggio all’androgino alchemico

l’alloro, il cardo e il verbasco, simboli dell’unione tra emozionalità e razionalità, emblemi tanto dell’immortalità quanto della rinascita e rappresentazioni delle virtù apollinee.

        Per quanto fino a questo punto esposto, considerata la sua posizione nel dipinto, assodata l’indecifrabilità del suo sesso, l’angelo del “Riposo durante la fuga in Egitto” potrebbe dunque essere l’allegorica rappresentazione del Rebis, la “cosa doppia” o androgino alchemico, connessione tra corpo e anima. L’androgino quale archetipo della coesistenza nell’Uno di attributi complementari è presente nei miti cosmogonici e delle tradizioni misteriche. L’androginia veicola il messaggio della necessità di superare la distinzione fra materiale e immateriale e mirare alla completezza che è tipica delle divinità o dell’umano perfetto1, completezza in genere raggiungibile cogliendo “la via di mezzo” con l’intuito e grazie alla razionalità, lavorando con continuità giacché la capacità che l’uomo che tende al miglioramento deve possedere è la costanza nell’opera.

        Per avviarci a parlare dell’androgino alchemico può tornarci utile riflettere sulla terza fatica di Eracle.

        Nei pressi della città di Enoe, nella regione di Cerinea, si trova il monte Artemisio detto così perché sulla sua sommità sorge il tempio dedicato ad Artemide, gemella di Apollo. Alle pendici del monte Artemisio trovano verdi pascoli le cerve sacre alla dea della caccia, della natura selvaggia e della luna crescente che quattro è solita aggiogarne a traino della sua biga. Fra queste sacre cerve ce n’è una cornuta, dal palco d’oro e dagli zoccoli di bronzo. Eracle deve catturare l’animale soprannaturale senza ucciderlo né farlo sanguinare. Per un anno l’eroe lo insegue e infine lo intrappola mentre quello cerca di attraversare il fiume Ladone. La cerva, stanca e con una freccia conficcata tra un osso e il tendine, non riesce a passare a guado. Eracle,