Uluç Alì. Il calabrese che comandò contro i cristiani la flotta turca a Lepanto

Uluç Alì. Il calabrese che comandò contro i cristiani la flotta turca a Lepanto

esprimendo una sua considerazione sulla portata della sconfitta, pare abbia detto: «Gli infedeli hanno soltanto bruciacchiato la mia barba; crescerà nuovamente».

        Per quanto sarebbe stata velocemente ricostituita, la flotta ottomana subì numerosissime perdite. Solamente uno dei comandanti riuscì ad uscire dalla battaglia senza aver perso la propria reputazione: in Italia lo chiamavano Uccialì o Occhialì e agli spagnoli era noto come Luchalì; era il Beylerbey di Algeri Uluç Alì, nato Giovanni Dionigi Galeni nel 1519 a Le Castella, in Calabria.

        Galeni fa parte di quella schiera di persone che in Italia chiamavano con disprezzo rinnegati: cristiani convertiti all’Islam per non passere la vita incatenati ai remi delle galere turche. Non di rado chi si è convertito all’Islam – fra i più colti o i più preparati in un particolare campo – è riuscito a fare carriera ascendendo le classi della società ottomana fino ad arrivare a ricoprire importanti cariche a corte, addirittura. Un esempio per tutti: il sultano necessitava di interpreti per trattare con le potenze europee; se ne cercavano di capaci fra i rinnegati dell’impero. Anche Galeni è riuscito a fare carriera, imponendosi per le sue doti di marinaio fino a riuscire a vestire i gradi apicali della gerarchia militare della flotta del sultano.

        Fatto prigioniero dai corsari autorizzati con le lettere patenti del sultano al largo delle coste calabresi, Galeni rimane al remo per quattordici anni senza mai mostrare di volersi convertire alla religione dei turchi. Capita, però, che un maomettano lo schiaffeggi e lo insulti e dal momento che un infedele non può avere ragione di un musulmano decide di convertirsi per poter diventare un uomo libero e dunque vendicare l’oltraggio subito. Cambia il suo nome in Alì e i turchi lo soprannominano Uluç Fartax – il rinnegato/convertito tignoso – secondo la loro abitudine di affibbiare soprannomi in base a qualche difetto o a qualche dote che uno possiede. Da uomo libero consuma la sua vendetta e per sopravvivere si imbarca su una nave corsara.