I guantoni e la camicia nera

I guantoni e la camicia nera

«I pugni si danno, i pugni si prendono. Questa è la boxe, questa è la vita. E io nella vita ne ho preso tanti di pugni, veramente tanti … ma lo rifarei, perché tutti i pugni che ho preso sono serviti a far studiare i miei figli.»

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        Quella sera, arrivato in albergo, si chiuse nel suo appartamento, dove già era pronta una vasca per il bagno. Riuscì ad entrarci a fatica, data la sua stazza, ma ci era abituato. Ci rimase per più di un’ora, nell’intento, più che di sciacquare via il sudore, di levarsi da dosso la puzza della disfatta. Cenò con poco. Più tardi, stremato, si abbandonò al sonno.

        Erano passate da poco le nove e trenta del mattino. Il pugile si risvegliò fidandosi del nuovo giorno: la sconfitta era passata, già pensava ad un prossimo incontro che lo riportasse nell’Olimpo dei vincenti. Dedicando il giusto tempo alla toeletta, faceva scorrere il rasoio delicatamente sui lividi del volto, e immaginava, impaziente, di leggere i titoli dei giornali italiani. Sperava in parole di sostegno, nell’incoraggiamento del Duce che lo spronava a fare meglio. Tra tutto questo fantasticare, gli tornò alla mente il suo incontro con Jack Sharkey:

        New York, era il 29 giugno 1933: aveva appena battuto per K.O., alla sesta ripresa, l’avversario ed era divenuto campione del mondo dei pesi massimi. Con la sua prima dichiarazione alla stampa, ad un cronista del Corriere della Sera, espresse la sua orgogliosa italianità: «Offro questa vittoria al mondo sportivo italiano, giubilante e orgoglioso di avere mantenuto la promessa fatta al Duce!». In quel periodo il Min.Cul.Pop. puntava molto sul mondo dello sport italiano che stava attraversando un periodo d’oro. Di lì a poco Italo Balbo avrebbe portato a termine la sua trasvolata atlantica; la squadra nazionale italiana avrebbe vinto il campionato mondiale di calcio in Francia. E poi c’erano gli atleti fascisti che avevano fatto bene nelle gare olimpiche del ’32. In seguito alla vittoria del titolo mondiale, il Duce desiderò fortemente che un incontro valido per il titolo si disputasse in Italia. Era dal 1914 che l’Europa non ospitava un incontro del genere. Si fissò la data per il 22 ottobre del 1933. La propaganda ne fece un evento di regime al quale vollero assistere ben settantamila persone. Fu allestita una grande arena a Piazza di Siena, a Roma. Mussolini assisteva dalla tribuna. Ed ecco entrare il pugile campione: salutava il pubblico festante con indosso i guantoni e la camicia nera. La folla vide l’italiano vincere ai punti dopo avere dominato per tutto il match sull’avversario, lo spagnolo Paulino Uzcudun.