Alchimia. La morte iniziatica come preludio alla purificazione

Alchimia. La morte iniziatica come preludio alla purificazione

        Fin dai tempi del mito, la morte ha ossessionato l’uomo che ha cercato continuamente di fuggirla o perlomeno di renderla meno spaventosa tramandando leggende che raccontano di modi per evitarla oppure consolandosi nelle religioni – che quasi non la contemplano, dal momento che molto spesso parlano di reincarnazioni o di un Aldilà dove la vita dell’anima continua in dimensioni ultraterrene.

        Tutti ricordiamo di Sisifo, che per ben due volte scampa alla morte gabbando prima Thanatos e poi Zeus, ma, alla fine, Hermes lo conduce con la forza negli Inferi dove trova ad attenderlo la sua eterna punizione: un pesantissimo macigno. Oppure Gilgamesh, eroe dell’epica mesopotamica, che, sconvolto dalla morte di un amico, parte alla ricerca della pianta che gli avrebbe regalato l’immortalità qualora ne avesse mangiato il frutto. Riesce a trovarla, ma un serpente ruba il frutto prodigioso mentre l’eroe è distratto1. Non è per gli uomini, vivere per sempre.

        Quanto più spaventa della morte, la causa maggiore di angoscia, è forse non poter sapere cosa succede al suo sopraggiungere. Cosa ci attende dopo il trapasso? Le filosofie hanno cercato una risposta al lacerante quesito, ma la verità è che è un irrisolvibile rebus.

        Dal mito antico alla Commedia di Dante il legame del morto con la vita terrena non e mai completamente reciso. Per di più, secondo molte religioni, tribunali composti da eterne e onnipotenti entità chiedono conto alle anime di quanto compiuto come uomini nel mondo. Non c’è una netta separazione tra il prima e il dopo. Di fondo, la consolazione è che l’anima continua in qualche modo a esistere, a vivere. Che sia nell’Ade o nei Campi Elisi, all’Inferno o in Paradiso, la vita, paradossalmente, non finisce con la morte.

        Il contatto tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti è un motivo topico della letteratura, sia che esso si caratterizzi nella discesa di un uomo vivo nell’Ade – la cosiddetta catabasi – sia che esso si caratterizzi nella pratica cultuale della negromanzia – la nekyia – ossia il rito attraverso il quale spettri o anime di defunti vengono richiamati sulla terra e interrogati sul futuro.

        Celeberrimo esempio della catabasi è la Commedia di Dante. Qui il poeta compie un viaggio nell’oltretomba accompagnato da Virgilio – suo maestro spirituale – che già a sua volta aveva scritto nell’Eneide della discesa agli inferi del suo eroe Enea.